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Scritto da Super User Categoria: BIODISTRETTO TRENTINO
Pubblicato 06 Agosto 2021 Visite: 39
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BIODISTRETTO TRENTINO: un investimento in salute ed economia

 

Il 26 settembre 2021 andremo a votare  “SI” per il Biodistretto Trentino.

Se ci confrontiamo con gli agricoltori sull’argomento agricoltura biologica sentiamo varie opinioni:

-          chi già coltiva secondo i canoni dell’agricoltura biologica  dice che questa dà maggior soddisfazione, anche se è più impegnativa, richiede più lavoro fisico, necessita di maggiore conoscenza, sapere e  professionalità. Quello che emerge è la consapevolezza che produrre biologico consente  il rispetto dell’ambiente  e la produzione di cibi sani e buoni.

-          chi coltiva in modo convenzionale, con l’utilizzo di diserbanti e prodotti chimici di sintesi,  dice che non sempre è possibile coltivare in modo biologico, che i “biologici”, soprattutto in frutticoltura, fanno più trattamenti perché ad ogni nuvola che passa devono uscire con l’atomizzatore, utilizzando più prodotti a base di metalli pesanti (rame), per cui alla fine non pesano sull’ambiente meno di loro.

I biologici però tendono ovviamente a coltivare piante che abbiano meno bisogno di trattamenti, le tanto nominate “varietà resistenti” (prendiamo ad esempio in frutticoltura la Renetta del Canada, le nostre classiche Canada). Esistono  numerose varietà di melo resistenti alla ticchiolatura (la nebbia) con ottime caratteristiche organolettiche e capacità di conservazione, e molte altre se ne possono studiare e realizzare, abbiamo uno dei più qualificati Istituti Agrari d’Europa!

Passare dall’agricoltura convenzionale a quella biologica non è solo sostituire i prodotti per i trattamenti, non è solo passare dai pesticidi chimici di sintesi a quelli consentiti in agricoltura biologica ma si tratta di lavorare nella logica di prevenire i problemi anziché di rincorrerli cercando di curarli, applicare i metodi e i principi dell’agroecologia è un elemento centrale dell’agricoltura biologica.

Questo passaggio consiste nel mettere al primo posto la vitalità e la fertilità del suolo, la biodiversità nel campo, nell’azienda e nel paesaggio, l’equilibrio dell’agro-ecosistema, la scelta di specie e varietà adatte alle varie condizioni, preferendo quelle dotate di maggiore capacità di autodifesa, rusticità e resistenza. E’ necessario uno sforzo progettuale a livello di territorio che progressivamente realizzi una effettiva transizione agroecologica anche attraverso la diversificazione delle colture, la sostituzione delle varietà deboli e povere di autodifesa, la rivitalizzazione dei suoli ormai “stanchi” oggi sottoposti  a potenti fertilizzazioni e frequenti trattamenti.

Da anni si sentono questi discorsi, stanchezza del terreno e “varietà resistenti” sono argomenti sui quali si spendono fiumi di parole, ma come mai rimangono solo parole?

A questa domanda ci sono varie risposte:

-          Le varietà resistenti non sono commercializzabili o non sono commercializzate volentieri dai Consorzi, nonostante la richiesta di cibi biologici sia in continua crescita sul mercato.

-          È sempre andata bene così e allora perché bisognerebbe cambiare?

-          La resa in quantità per ettaro delle coltivazioni biologiche è inferiore, per cui meno remunerativa (chi fa biologico ci dice che ha la stessa resa dei convenzionali della sua zona)

Aggiungiamo però altre considerazioni:

-          L’impatto delle “derive” (i prodotti che escono dagli atomizzatori e non si fermano sulle piante ma pervadono l’ambiente circostante, si dice per decine di metri ma in realtà possono essere parecchi chilometri) è sofferto dalle popolazioni dei paesi di cui il territorio agricolo è costellato; i residui di pesticidi nelle urine delle persone che sono state testate sono presenti in misura importante e pericolosa.

-          In ogni convegno sulla salute dei corsi d’acqua sentiamo gli esponenti dell’APPA (Azienda Provinciale per la Protezione dell’Ambiente) dichiarare che i corsi d’acqua delle zone frutticole sono in sofferenza, questo dipende anche dal percolato dei trattamenti e diserbanti, che, inevitabilmente, dilavati dalla pioggia, vanno a finire in ruscelli e fiumi.

La salute delle persone e la salubrità dell’ambiente sono responsabilità in primis dei Sindaci dei Paesi, responsabili in prima persona della salute dei cittadini, ma anche di tutta la politica provinciale che può (e aggiungiamo “deve”) dirigere il sistema agricolo verso pratiche più attente alla salubrità dell’ambiente e alla salute dei cittadini.

Se in decenni non siamo riusciti ad ottenere risultati significativi sul fronte salute-ambiente-pesticidi:

questo è il momento buono,

VOTARE “SI” al Referendum per il BIODISTRETTO TRENTINO,

ci porterà a disporre di uno strumento istituzionale che vincolerà la politica provinciale a perseguire un obbiettivo di interesse comune: la salvaguardia della salute e dell’ambiente, l’attrattività del Trentino Biologico con conseguenze positive sull’economia agricola e turistica, per davvero, non solo a parole!

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